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Riflessioni su “Guerra e pace”. Terza puntata

Sabato 13 Giugno 2009, 07:00 in filosofia letteraria di
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Mantenendo il parallelismo sopra abbozzato tra i personaggi di Guerra e pace e quelli de I fratelli Karamazov, pure tra il tolstojano conte Pierre Bezuchov e il dostoevskijano Ivan Karamazov esistono molteplici analogie. A dire il vero, per la goffaggine e bontà illimitata Pierre ricorda anche un po' il protagonista de L'idiota - altro romanzo dostoevskijano: il principe Myskin. Di Ivan Karamazov, invece, Pierre condivide la medesima formazione culturale voltairiana, molto in voga nella Russia dell'epoca. Impregnati di cultura francese e quindi dell'illuminismo razionalista del suo più insigne rappresentante, quale Voltaire, entrambi trovano le loro maggiori soddisfazioni nell'ascetismo egoistico del tipico studioso, più portato per la vita fittizia appresa nei libri che per la vita reale, la quale si consuma sotto ai loro occhi senza coinvolgerli particolarmente.

Ciò malgrado, l'eroe tolstojano rispetto a quello dostoevskijano presenta un'evoluzione ulteriore ed è capace di abbandonare il partito dei "nichilisti senzadio" per lasciarsi accogliere a braccia aperte nella fazione opposta dei "panisti convinti". Al suo nichilismo-scetticismo iniziale, alla sua ira belluina che gli sgorga da dentro, ereditata dal padre scomparso, Pierre nel corso della narrazione riesce a cambiare in meglio. Prima aggrappandosi al salvagente della massoneria lanciatogli da Osip Alekseevič Bazdeev - personaggio ricalcato sullo storicamente esistito e celebre massone dell'epoca Pozdeev -, poi anche dopo gli eventi immediatamente seguiti alla sua prigionia e al suo incontro con la vera anima russa incarnata dal personaggio del soldato-contadino Platon Karataev.

Questi, in particolare, con la sua semplicità lontana dai pur affascinanti disegni massonici riguardanti l'Architetto dell'Universo, gli fa comprendere la vera natura del divino, che può spiegarsi meglio in un semplice detto della saggezza popolare che nell'intera cifra del pensiero massonico. Proprio durante il periodo della sua inumana prigionia, Pierre riesce ad apprezzare la vita per quel che è e smette di cercarle a tutti i costi uno scopo. É qui che lui comprende che l'unico scopo della vita è viverla. Scopo, questo, tanto facile a dirsi, quanto - alle volte - difficile a realizzarsi. Paradossalmente il periodo più felice della vita di Pierre si svolge, appunto, durante la sua prigionia. Per lui Tolstoj conia una definizione di felicità atipica, che potremmo dire negativa. Lasciamoci convincere direttamente dalle sue ispirate parole nel descrivere lo stato d'animo di Pierre:

«Gli s'era svelato che, allo stesso modo che non c'è a questo mondo nessuna situazione in cui l'uomo sia felice e pienamente libero, così non c'è neppure situazione in cui sia pienamente infelice e privo di libertà.» (p. 1267)

Dunque libertà e felicità non sembrerebbero andare granché d'accordo, almeno non per Tolstoj. Del resto, non c'è da biasimarlo visto che spesso e volentieri proprio gli individui più liberi si sentono più infelici e mancanti di qualcosa che desiderano visceralmente raggiungere. Questo qualcosa è la loro piena felicità, che - come dimostra Pierre - può trovarsi quando uno meno se l'aspetta. Meno di tutti uno se l'aspetterebbe quand'è prigioniero, ma il caso avvenuto a Pierre - ad esempio - non è così raro come si potrebbe pensare. Una cosa è certa, in ogni caso: felicità assoluta e libertà assoluta sono come due rette parallele destinate a non incontrarsi mai...

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14 Lug 2010
alle 16:44

gINO

Pierre Bezuchov è un mito!

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